Essere la migliore versione di sé stessi a Baham

 

Tutto è cominciato da mia figlia. È lei che devo ringraziare per avermi permesso di vivere un momento straordinario, tra i tanti che mi ha permesso di vivere dalla sua nascita.

Un giorno di dicembre, Eleonora mi ha detto: mamma, voglio dare i soldi dei miei regali di Natale ad Achille. Penso che lui sappia cosa farne per aiutare i ragazzi meno fortunati di me.

Achille, insieme ad alcuni amici, ha fondato una associazione con l’obiettivo di aiutare le persone svantaggiate. Achille è camerunese, ed è una persona fantastica, piena di amore e decisamente caratterizzata da una elevata intelligenza sociale, forze che gli permettono di saper interagire con efficacia e costruire relazioni durature proprio con tutti.

Da quella prima donazione di Eleonora, l’associazione Ataajy ha preso l’energia che gli occorreva per la prima spinta, e da allora molti progetti sono stati realizzati. Uno di questi progetti, il maggiore, è quello di supportare un orfanatrofio per ragazzi portatori di handicap e/o abbandonati.

La struttura di Baham ospita, faticando un po’, una trentina di ragazzi dai 4 ai 17 anni, che dopo i 18 anni devono trovare una collocazione diversa. I progetti di Achille e i suoi amici hanno permesso di garantire dei pasti regolari e la creazione di alcuni atelier per la formazione pratica e l’apprendimento di un mestiere, tra sartoria, artigianato, riparazioni meccaniche, informatica da ufficio.

Dopo aver saputo dell’orfanatrofio, mio marito Fabio, Eleonora ed io abbiamo deciso di andare a trovare i ragazzi, per portare cose pratiche (abbigliamento e scarpe), cucinare all’italiana almeno una volta e, per me, dare un workshop sulle character strengths. Sono una consulente e lavoro con le aziende e con i privati da tempo e con una molteplicità di strumenti, ma per questo evento ho scelto appositamente le character strengths perché ho pensato che Achille, i suoi amici, i ragazzi ospiti della struttura, io e la mia famiglia, tutti stavamo cercando di essere la migliore versione di noi, tutti noi stavamo cercando di dare il meglio delle nostre forze, verso di noi e verso gli altri. Insomma, ho pensato che conoscere le character strengths e conoscersi reciprocamente attraverso di esse avrebbe dato una nuova chiave di lettura – potente, energizzante, empowering - della nostra vita e del nostro potenziale a tutti noi. Non mi sbagliavo 😊

 

Dopo il nostro arrivo nel lussureggiante Camerun ed alcuni giorni nella capitale Yaoundé, siamo arrivati a Baham, all’orfanatrofio. La struttura è nuova, appena realizzata. I ragazzi ci si sono trasferiti alcuni mesi fa, lasciando il fatiscente vecchio edificio. Tuttavia, manca ancora l’acqua corrente, e questo crea molte difficoltà, specie in un ambiente con persone con bisogni speciali. Si usa l’acqua piovana, appositamente raccolta, come ci ha spiegato il direttore. 

I ragazzi mi hanno accolto con un certo distacco, essendo abituati al passaggio di stranieri con varie finalità. Ho visto un gruppetto di loro, alcuni con la sedia a rotelle, un po’ isolati verso il confine del terreno intorno all’edificio. Mi sono avvicinata e, dopo poco, abbiamo giocato a Uno insieme. A mano a mano che sentivo le loro modalità comunicative, il loro tono di voce, il loro modo di scherzare, le loro parole, mi rendevo conto della loro energia. Questi non sono ragazzi deboli, sono tonici, energici, forti. Ne ero affascinata.

Proprio all’entrata dell’orfanatrofio, era posto un pannello che riportava la scritta “quello che ho da offrire per cambiare il mondo”, e di seguito erano elencati valori come amore, rispetto, giustizia, perdono, dinamismo e tanti altri, spesso corrispondenti in tutto o in parte alle character strengths. Ho chiesto a una bambina vicino a me di nome Pauline, in quale di quelle parole si riconoscesse di più, e dopo un po’ di resistenza mi ha risposto “il perdono, perché perdonare mi fa stare bene”.

 

L’indomani, siamo andati al mercato e abbiamo comprato gli ingredienti per il sugo più abbondante della mia vita, e abbiamo cucinato tutta la mattina. Sono andata in giro a cercare qualcuno che desse una mano nella preparazione, ma ho trovato solo un ragazzo, Julien, impegnato nel suo lavoro di confezionamento di una collana, che mi ha risposto che non poteva interrompere e che si sarebbe liberato solo dopo mezzogiorno, troppo tardi per il sugo. OK ho detto, lo faremo noi. E così mio marito mia figlia ed io abbiamo cucinato una quantità di cibo ENORME. Ne è valsa la pena! Abbiamo preparato un apprezzatissimo ragù che è stato rapidamente mangiato insieme a quantità di pasta e riso che non immaginavo avrei mai visto nello stesso pasto! I ragazzi erano felici ed eccitati, e io mi sentivo bene, perfettamente allineata con me stessa, nel pieno esercizio del mio apprezzamento della bellezza e dell’eccellenza, nel voler rendere questo pranzo eccellente, e della mia gratitudine all’universo per permettermi di vivere quel momento con la mia famiglia, i ragazzi, Achille e i suoi amici, il direttore e il personale, e tutti.

 

Dopo aver servito più di 40 persone tra ospiti dell’orfanatrofio e personale di assistenza, le espressioni dei ragazzi erano decisamente più disponibili e aperte nei miei confronti. Era il momento giusto per il mio workshop! Ho detto ai ragazzi di restare un momento per fare una cosa insieme. Mi hanno guardato un po’ perplessi, ma sono rimasti tutti seduti, in attesa. Ho preso il pannello con i valori fuori dalla porta e lo ho messo nella grande sala dove eravamo riuniti, e ho detto “queste sono le forze con le quali voi cambiate il mondo. Eh si, voi lo cambiate il mondo, con la vostra energia. Sapete, ognuno di noi ha le sue forze. Ci sono forze che utilizziamo di più e altre di meno. Quelle che utilizziamo di più spesso ci identificano e ci danno benessere quando le utilizziamo. Ora faremo un esercizio. Vi chiederò di raccontare una storia in cui ciascuno di voi è stato al meglio di sé, facendo qualcosa che lo ha reso felice.”

Gli sguardi ora erano perplessi e imbarazzati. Chissà che vuole questa qui, sembrava dicessero. Ma dopo qualche istante, Marianne si è alzata e ha raccontato la sua storia. Una storia di difficoltà, di solitudine, di abbandono, ma anche di reazione, di rivalsa, di forza. Al termine del suo racconto, le ho chiesto quale delle forze del pannello o altre, se non le trovava lì, si riconoscesse. Per non farle vivere un momento troppo imbarazzante, essendo stata la prima a rompere il ghiaccio, ho detto “faccio l’ipotesi che la tua forza sia il coraggio. Infatti, sei stata la prima a raccontare una storia!”. Intanto Fabio aveva scritto Coraggio su un post-it e lo andava a incollare sul petto di Marianne. “ecco la tua medaglia del coraggio, Marianne!” e tutti hanno applaudito.

Dopo, tante storie sono state raccontate, storie difficili da sentire, narrate con voce chiara e forte, oppure stentatamente quando c’erano dei problemi di eloquio, ma sempre con una nota di forza, come di qualcuno che afferma “Io ce la faccio. Comunque”. E ogni volta chiedevo a tutti di fare delle ipotesi sulle forze che emergevano dalle storie. 

 

La storia di Julien, che ha cercato per 11 anni di avere l’operazione che gli avrebbe permesso di alzarsi dalla sedia a rotelle e finalmente camminare con le stampelle. “Qual è la tua forza, Julien?”, “il coraggio” dice lui. “Sì, coraggio perché hai affrontato un’operazione molto difficile, ma io direi anche speranza e perseveranza” ho aggiunto, “tu hai dimostrato la perseveranza nel cercare per 11 anni di avere un’operazione che ti aiutasse a stare meglio. Oggi inoltre, hai dimostrato perseveranza nel voler terminare il tuo lavoro con la collana quando ti ho chiesto se avresti potuto aiutarmi. Possiamo fare un grande uso o un piccolo uso delle nostre forze. Quando hai cercato di avere la tua operazione hai fatto un grande uso della tua perseveranza, quando continuato la tua collana stamani ne hai fatto un piccolo uso.” L’espressione inizialmente imbarazzata di Julien si è aperta in un grande sorriso.

La storia di Jean, che si è alzato, baldanzoso, per raccontare la sua storia, ma dalla sua bocca non è uscita nessuna parola. Intorno a lui gli altri hanno cominciato a ridacchiare, e qualcuno mi ha detto “non può parlare”. “Benissimo” ho detto, “sarete voi a dirmi qual è la sua forza!”. L’aiuto! Hanno detto quasi in coro. “WOW! Jean! Questa sì che è una forza! Se sono gli altri a gridare che l’aiuto è la tua forza, vuol dire che lo fai sempre e che è davvero una grande forza! Ecco la tua medaglia!”. E Jean si è seduto, guardando orgogliosamente il post-it sul suo petto.

La storia di Pauline, che ha raccontato come il chiedere scusa le serva a stare bene, così come mi aveva detto il giorno prima. La storia di Achille, che ha raccontato il giorno in cui si è fermato all’orfanatrofio la prima volta. “qual è la forza di Achille, ragazzi?” e tutti insieme “l’amore!”. La storia di Viviane, che da una sedia a rotelle ha costruito la sua vita sull’amore e sul coraggio, e tutti di nuovo a elencare le forze di Viviane.

A mano a mano che le storie e le premiazioni si susseguivano, i ragazzi fiorivano, intervenivano, partecipavano. Pure quelli tra loro che non potevano a causa di limiti fisici, erano eccitati e partecipavano a modo loro. Quella sala si era riempita d’amore. Un amore traboccante, che aveva inzuppato tutti noi. Quel giorno a Baham l’ho vissuto nella migliore versione di me stessa.

Alla fine della giornata, Viviane la saggia mi ha detto “tu hai fatto una grande cosa per i ragazzi oggi”.

Spero di sì. Spero di avere fatto almeno un quarto di quello che voi avete fatto per me. Grazie infinite, ci rivediamo presto.